Camera dei Deputati | Senza leadership femminile non c’è pace possibile

Camera dei Deputati | Senza leadership femminile non c’è pace possibile

Giugno 9, 2026 Off Di LorenzoCesa

Ho partecipato all’evento ”Women’s Leadership in Peace and Security Policies: participation, representation and impact” svoltosi ieri, 8 giugno 2026, nella Sala del Mappamondo della Camera dei Deputati. Un dialogo multilaterale tra parlamentari ed esperti internazionali, organizzato in vista della Capital-Level Meeting della rete WPS Focal Points co-presieduta da Italia e Filippine.

Sono intervenuto in qualità di Presidente della Delegazione italiana presso l’Assemblea Parlamentare della NATO.
Il tema affrontato non riguarda soltanto le pari opportunità. Ne va della dimensione più profonda della sicurezza internazionale.
Una verità evidente, ma ancora lontana dalla piena attuazione. Non esiste pace duratura se metà della società rimane fuori dai tavoli in cui quella pace viene negoziata e difesa. Le donne non sono vittime passive dei conflitti, né mere destinatarie di protezione. Sono leader, mediatrici, diplomatiche, militari e parlamentari. Sono costruttrici quotidiane di fiducia nelle comunità più vulnerabili.

Questa è la grande intuizione dell’Agenda Women, Peace and Security inaugurata dalla Risoluzione 1325 del Consiglio di Sicurezza dell’ONU nel 2000. La partecipazione piena, eguale e significativa delle donne non è un gesto simbolico. È condizione di efficacia politica, di giustizia e di sicurezza collettiva.

Oggi, in un mondo attraversato da conflitti, instabilità, violenze ibride e crisi umanitarie, questa agenda è più urgente che mai.

Lo vediamo nelle comunità devastate dalla guerra dove le donne tengono insieme il tessuto sociale quando tutto si disgrega. Lo vediamo nei processi di mediazione, dove la loro capacità di ascolto apre canali di dialogo altrimenti inaccessibili. Lo vediamo nella ricostruzione post-conflitto, quando la sicurezza si misura non solo con il controllo del territorio, ma con il ritorno a scuola dei bambini, con l’accesso alla giustizia, con la dignità delle famiglie.

Anche la NATO ha riconosciuto questo dato di realtà. La nuova Policy su Women, Peace and Security, approvata nel 2024, afferma l’esigenza di integrare la prospettiva di genere nelle strutture, nelle attività e nei compiti fondamentali dell’Alleanza. Non un tema aggiuntivo ma una dimensione strategica.

In questo contesto acquistano un valore preciso alcune nomine recenti. La presenza di Radmila Šekerinska come Vice Segretaria Generale della NATO è un segnale concreto. Così come lo è la nomina di Benedetta Berti a Segretaria Generale dell’Assemblea Parlamentare della NATO: una donna italiana in uno dei ruoli più alti dell’architettura euro-atlantica. Una conferma che la leadership femminile non è eccezione, ma parte integrante della qualità democratica delle nostre istituzioni.

Eppure non basta celebrare chi arriva ai vertici. Dobbiamo chiederci quante altre non vi arrivano e perché. Quali barriere culturali, istituzionali e sociali continuano a frenare l’accesso delle donne ai luoghi in cui si decide.
La rappresentanza non può ridursi a presenza numerica ma deve tradursi in potere reale di incidere sull’agenda, sulle priorità, sulle missioni e sulle strategie di difesa.

Ho pensato, nel mio intervento, alle donne mediatrici che operano nel Mediterraneo, in Africa, in Medio Oriente, nei Balcani, in Ucraina e in Afghanistan. Donne che agiscono in condizioni spesso durissime, esposte a rischi personali, eppure capaci di mantenere aperto uno spazio di umanità nel cuore della violenza. Ci insegnano che la pace non nasce solo nelle grandi cancellerie. La pace nasce anche nei territori, nelle reti civiche, nei corridoi umanitari, nelle scuole e nelle missioni internazionali.

L’Italia, attraverso il proprio impegno nell’Agenda WPS e nella rete dei Focal Points, può e deve continuare a sostenere questa visione. Una politica estera attenta alle donne non è una politica settoriale. È una politica estera più lungimirante e più efficace. Una strategia di sicurezza che integra la prospettiva di genere non è meno solida. È più intelligente perché comprende meglio la complessità dei conflitti e delle società.

Il compito che abbiamo davanti è duplice. Riconoscere il contributo straordinario delle donne alla pace e costruire istituzioni in cui quella presenza sia finalmente normale, diffusa e riconosciuta.

L’Agenda Donne, Pace e Sicurezza non deve restare una narrazione per convegni. Deve diventare il motore dell’azione pubblica. Ogni tavolo di pace, ogni missione, ogni politica di difesa deve chiedersi non solo quante donne siano presenti, ma quanto potere reale abbiano di incidere.

Perché quando le donne partecipano, la pace non diventa semplicemente più inclusiva.
Diventa più solida. Più giusta. E, soprattutto, più possibile.