«Nato 3.0: l’Europa e l’autonomia strategica» | Intervento su Airpress
Luglio 30, 2026L’attuale scenario geopolitico richiede una profonda riflessione sul futuro della nostra sicurezza. Dal vertice di Ankara emerge la certezza che il continente europeo deve farsi carico in prima persona della propria difesa, trasformando la spesa in reali capacità industriali e tecnologiche senza mai incrinare l’asse transatlantico.
Airpress, mensile di riferimento sulle politiche per l’aerospazio e la difesa, mi ha chiesto di intervenire su questo tema all’interno dello speciale di copertina “Nato 3.0”.
Di seguito il testo integrale del mio contributo.
“L’alba di un nuovo rapporto transatlantico”
Il vertice di Ankara ha restituito l’immagine di una Nato meno fragile di quanto lasciassero prevedere le tensioni della vigilia. Nei giorni immediatamente precedenti al summit si erano moltiplicati i segnali di insofferenza tra gli alleati, soprattutto sul peso finanziario della difesa e sulla distribuzione delle responsabilità tra Stati Uniti ed Europa. Il documento finale non ha risolto queste divergenze, ma ha evitato che si trasformassero in una frattura politica. In questa fase, è già un risultato significativo.
La riaffermazione dell’articolo 5 costituisce il passaggio più rilevante e il principio della difesa collettiva resta al centro dell’architettura atlantica, anche se negli ultimi anni la sua tenuta è stata sottoposta a pressioni crescenti. Richiamarlo in apertura significa ricondurre il dibattito alla funzione essenziale della Nato e porre un limite alle ambiguità. L’Alleanza può discutere modalità, costi e priorità, ma mettere in dubbio il vincolo di solidarietà tra i suoi 32 membri ne comprometterebbe la credibilità.
Ankara ha chiarito anche la direzione del rapporto transatlantico. L’Europa dovrà sostenere una quota maggiore della difesa convenzionale del continente, contribuendo a riequilibrare un sistema rimasto a lungo dipendente dalle capacità americane. La questione va oltre l’aumento dei bilanci militari e riguarda la capacità europea di pianificare, produrre e impiegare strumenti comuni, assumendo responsabilità politiche coerenti con il proprio peso economico.
Il legame con Washington resta indispensabile, ma non può continuare a poggiare sulla sproporzione che ha caratterizzato il dopoguerra. Una Nato più equilibrata richiede un’Europa capace di contribuire in modo sostanziale alla deterrenza e alla protezione del proprio spazio strategico. Il rafforzamento del pilastro europeo riduce così la vulnerabilità dell’Alleanza alle oscillazioni della politica statunitense e rende più credibile la condivisione degli oneri.
In molti Paesi, Italia compresa, la difesa continua però a essere raccontata quasi esclusivamente attraverso la lente del costo delle armi. Questa rappresentazione non corrisponde più alla natura delle minacce. I conflitti contemporanei colpiscono reti energetiche, ospedali, porti, sistemi idrici, comunicazioni e infrastrutture digitali. La distinzione tra sicurezza militare e civile si è indebolita, perché la capacità di paralizzare un Paese passa anche dal sabotaggio informatico, dalla pressione sulle catene logistiche e dall’interruzione dei servizi essenziali.
La spesa per la difesa non può quindi essere valutata soltanto come una voce alternativa a sanità e welfare. Occorre riconoscere che la protezione sociale dipende anche dalla continuità delle infrastrutture, dalla sicurezza delle reti e dalla capacità dello Stato di resistere a un attacco. La contrapposizione automatica tra difesa e servizi pubblici produce un dibattito fuorviante e impedisce di affrontare in modo trasparente il problema delle risorse.
Parte delle difficoltà deriva dalla diversa percezione del rischio all’interno dell’Europa. Nei Paesi baltici, in Polonia e nel nord del continente la minaccia russa è un dato immediato della vita politica. La prossimità geografica alle aree di crisi ha favorito una crescita più rapida degli investimenti e un consenso pubblico più ampio. Nell’Europa meridionale, invece, la sicurezza viene ancora spesso trattata come una questione distante, nonostante la pressione esercitata dalle crisi nel Mediterraneo, in Medio Oriente e lungo le principali rotte energetiche.
Questa distanza emerge anche sul piano industriale. Per decenni gli Stati europei hanno sviluppato o acquistato sistemi diversi, spesso incompatibili e prodotti in quantità insufficienti. Ne è derivata una struttura frammentata, costosa e poco adatta a sostenere operazioni prolungate. Il vertice di Ankara ha quindi posto l’accento sulla necessità di coordinare meglio le industrie dei Paesi membri, ridurre le duplicazioni e aumentare la capacità produttiva.
L’obiettivo va oltre una semplice espansione degli acquisti militari. La priorità è costruire una base industriale capace di garantire continuità degli approvvigionamenti, interoperabilità tra gli eserciti e sviluppo condiviso delle tecnologie più avanzate. La guerra in Ucraina ha mostrato quanto la disponibilità di munizioni, droni, sistemi di difesa aerea e componenti elettroniche incida sulla capacità operativa. Ha inoltre evidenziato i limiti di un modello fondato su scorte ridotte e tempi di produzione incompatibili con una crisi di lunga durata.
Per l’Italia questo processo presenta opportunità e responsabilità. Il comparto nazionale dispone di competenze consolidate nell’aerospazio, nell’elettronica, nella cantieristica e nei sistemi di difesa. Il suo peso nella Nato dipenderà però dalla capacità di inserirsi nei programmi comuni, superando l’idea che la cooperazione europea rappresenti un vincolo alla sovranità industriale. In un mercato sempre più integrato, la tutela dell’interesse nazionale passa anche dalla partecipazione alle filiere strategiche e dalla possibilità di orientarne le scelte.
La cyber-sicurezza occupa una posizione centrale in questo quadro. Gli attacchi digitali contro istituzioni, imprese e servizi pubblici non appartengono più soltanto alla dimensione eccezionale del conflitto. Sono diventati strumenti ordinari di pressione, spionaggio e destabilizzazione. La difesa delle reti richiede investimenti continui, coordinamento tra settore pubblico e privato e una cultura della sicurezza che in molti Paesi resta insufficiente. Anche per questo la protezione nazionale non può essere ridotta alla disponibilità di mezzi convenzionali.
Il vertice ha inoltre confermato il graduale cambiamento della posizione europea. Negli ultimi anni i bilanci militari sono cresciuti, la cooperazione industriale ha acquisito maggiore rilievo e molti governi hanno riconosciuto l’insostenibilità della dipendenza strategica dagli Stati Uniti. Il processo resta disomogeneo. Alcuni Paesi hanno accelerato, mentre altri procedono con maggiore cautela e continuano a rinviare le decisioni più onerose.
La tendenza appare comunque difficilmente reversibile. La guerra in Ucraina rimane il principale fattore di questa trasformazione. Il sostegno a Kyiv riguarda la difesa di uno Stato aggredito e la tenuta del principio secondo cui i confini non possono essere modificati con la forza. Una soluzione diplomatica resta necessaria, ma dipenderà anche dai rapporti di forza sul terreno. Senza una capacità di resistenza ucraina, il negoziato rischierebbe di tradursi nella legittimazione dell’aggressione.
La crisi iraniana e le tensioni attorno allo stretto di Hormuz mostrano inoltre quanto la sicurezza europea dipenda da aree esterne al perimetro tradizionale della Nato. La protezione delle rotte marittime, degli approvvigionamenti energetici e dei nodi commerciali è ormai parte integrante della stabilità del continente. Il fianco meridionale dell’Alleanza non può quindi restare subordinato alla sola priorità orientale, soprattutto per Paesi come Italia e Turchia, direttamente esposti alle conseguenze delle crisi mediterranee e mediorientali.
Ankara non ha sciolto tutti i nodi, ma ha definito con maggiore chiarezza il terreno sul quale si misurerà la Nato nei prossimi anni. La sua tenuta dipenderà meno dalla forza delle dichiarazioni e più dalla capacità di trasformare gli impegni in mezzi disponibili, sistemi compatibili e responsabilità condivise. L’Europa sarà il banco di prova decisivo. Dovrà dimostrare di saper rafforzare la propria autonomia mantenendo saldo il legame con gli Stati Uniti e di poter investire nella sicurezza senza ridurre il confronto a una disputa contabile.


